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Gender Tax, stiamo andando verso la tassazione di genere?

Il dibattito sulla Gender Tax si riaccende periodicamente da ormai 15 anni. La Gender Tax o “tassa di genere” è un’agevolazione fiscale che si propone di applicare un’aliquota più bassa sul lavoro delle donne, per incoraggiare il loro ingresso sul mercato del lavoro.

Nonostante il dibattito prolungato, non è ancora mai stata implementata.

Il problema di genere

Il modello del nucleo familiare in Italia non è cambiato poi tanto negli ultimi 50 anni: la “famiglia tipo” del 2020 è ancora statisticamente identica a quella dei nostri nonni.

In Italia il 76,2% del lavoro familiare è a carico delle donne (ISTAT 2009).

Alle donne è ancora delegata la quasi totalità della gestione domestica e familiare – responsabilità che agisce da zavorra al momento di scegliere se lanciarsi in una nuova sfida lavorativa o meno, e che in ogni caso si somma a quest’ultima.

Con simili premesse, non stupisce che la differenza in termini di occupazione tra italiani e italiane sfiori il 18%.

Questa differenza, insieme allo scarso sostegno da parte di Stato e imprese per consentire la conciliazione tra lavoro e famiglia e alla minore retribuzione del lavoro delle donne a parità di mansioni, hanno indotto economisti e legislatori a interrogarsi su possibili soluzioni.

Ridurre il gender gap

Negli anni sono state proposte e intraprese diverse strade per cercare di ridurre questo divario, con provvedimenti “gender based” che hanno talvolta diviso l’opinione pubblica – come ad esempio le quote rosa.

Sono quindi stati presi diversi provvedimenti (spesso circoscritti per settore o durata) per incoraggiare le imprese ad assumere le donne, perlopiù sotto forma di incentivi fiscali.

Questo tipo di interventi però non agisce alla radice del problema: non solleva cioè le donne da una parte del peso della gestione domestica.

Nell’attuale scenario infatti, il lavoratore percepisce a parità di impiego un compenso più alto rispetto alla lavoratrice. Nel bilancio familiare questo incide in maniera sensibile, favorendo il mantenimento dello status quo.

Cos’è la Gender Tax

La Gender Tax si inserisce in questo contesto come possibile soluzione che incentivi l’offerta invece che la domanda.

Si tratta a tutti gli effetti di una misura che stabilisce una tassazione differenziata sul reddito prodotto dalle donne rispetto a quello prodotto dagli uomini – riducendo la pressione fiscale sulle prime.

Secondo gli economisti Andrea Ichino e Alberto Alesina, in questo modo si favorirebbe un mutamento degli equilibri all’interno delle mura domestiche. 

Ichino sostiene che «la tassazione di genere funzionerebbe davvero perché andrebbe al cuore del problema della disparità di genere, che nasce nelle famiglie prima ancora che nelle imprese». (Elena Fausta Gadeschi, Una gender tax per ristabilire gli equilibri tra donne e uomini, Il Corriere).

La minore tassazione infatti porterebbe a un’equiparazione sostanziale del valore del lavoro all’interno della coppia (in certi casi addirittura a una maggior convenienza del lavoro della donna), e quindi a una redistribuzione del carico di responsabilità nella gestione familiare. 

La Gender Tax incoraggerebbe l’uomo a occuparsi maggiormente delle incombenze familiari e domestiche, e la donna a mettersi in gioco nel mondo del lavoro.

Problemi legati alla Gender Tax

Come accennato, il dibattito sulla Gender tax si protrae da oltre 15 anni. Questo perché la sua adozione ha implicazioni su numerosi aspetti, oltre quello meramente economico e occupazionale.

La principale obiezione portata dagli oppositori della Gender Tax è quella del rischio di una “discriminazione compensativa”, che andrebbe contro il principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione Italiana.

Secondo questa impostazione, la Gender Tax inoltre “conferirebbe vantaggi a tutti i soggetti di genere femminile, a prescindere dal livello di censo, e a scapito di soggetti magari socialmente deprivati, ma sciaguratamente appartenenti al genere sbagliato” (A. Zhok,  L’ingiustizia della Gender Tax, Repubblica).

Il rischio è che un provvedimento del genere, pensato per rendere il mondo del lavoro maggiormente inclusivo, si trasformi in una forma cieca di agevolazione.

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