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Il silenzio dei contribuenti

Immagina di entrare in panetteria e ordinare un chilo di pane.

Il panettiere te lo incarta e batte lo scontrino alla cassa: 2,88 euro.

Guardi il listino dei prezzi, per controllare di aver visto bene: il pane costa 2 euro al chilo.

“Scusi, c’è un errore” protesti “qui ha battuto 2 euro e 88 centesimi”.

“Nessun errore” risponde il panettiere “è l’anticipo”.

“L’anticipo?”

“Sì, l’anticipo sul prossimo acquisto: tanto so che verrà a comprare il pane anche domani, così le chiedo un piccolo acconto in base all’acquisto di oggi”.

“Ma oggi ho ospiti a cena, domani se va bene comprerò due panini…

“Eh, va bene! Domani poi vediamo. Ora scusi, sta bloccando la fila. Chi è il prossimo?”

Ti sembra grottesco?

Eppure è quello che succede ogni anno, al momento di pagare le tasse, a migliaia di imprenditori e professionisti italiani, a cui lo Stato chiede un anticipo cospicuo sulla previsione degli incassi futuri.

Di fronte a uno scenario di precarietà a tempo indeterminato, reso ancora più incerto dall’abbattersi – e poi dal protrarsi – di una pandemia mondiale, la richiesta di uno Stato che pretenda di essere pagato in anticipo ha il sapore dell’ingiustizia.

In un paese che sembra un albero di natale, tra zone gialle, rosse e arancioni, è già abbastanza difficile prevedere se e quanto si incasserà oggi, figuriamoci l’anno prossimo.

Senza contare che i capri espiatori di un sistema di contribuzione così squilibrato sono sempre loro: gli onesti.

Quelli che pagano le tasse in silenzio, quelli che emettono lo scontrino, quelli che “tengo aperto anche se non guadagno, se no poi i dipendenti come fanno?”. 

Quelli, insomma, che si fanno massacrare a colpi di tasse su un ring dove la campanella non suona mai.

Sono loro le “vittime collaterali” della pandemia, quelli risparmiati dal virus solo per essere strozzati dalla cura. Ma senza di loro, quanto potremmo andare avanti?

Le tasse sono una parte fondamentale del patto che unisce Stato e cittadini (ammesso che ci sia separazione tra l’uno e gli altri, ma questa è un’altra storia): consentono al primo di garantire un ambiente sicuro e prospero ai secondi. 

Se sono le tasse stesse a rendere l’ambiente inadatto alla sopravvivenza delle imprese però, su cosa si fonda la pretesa di uno Stato? 

Nella sua nota sui Fallimenti d’impresa in epoca Covid, la Banca d’Italia avverte che «la forte contrazione del Pil registrata nel 2020 porterà a un aumento di circa 2.800 fallimenti entro il 2022».

A questi potrebbero aggiungersi altri 3.700 fallimenti che non si sono realizzati nel corso del 2020 solo per gli effetti temporanei della moratoria e delle misure di sostegno: un’autentica strage silenziosa.

In un Paese in cui il massimo dell’ambizione è stato per decenni “il posto fisso”, chi pagherà la sanità, la giustizia, i trasporti, l’istruzione, quando le serrande si saranno abbassate per l’ultima volta?

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