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Web Tax: l’Italia e l’Europa dichiarano guerra fiscale ai colossi del web

Il tema della Web Tax va di moda ormai da qualche anno. Disegni di legge prima disattesi, poi reintrodotti. Ora, finalmente, la Web Tax italiana entrerà in vigore il 1° gennaio 2019. In quest’articolo non ti parlerò di cos’è la Web Tax nel dettaglio, per questo puoi già trovare molte informazioni sui vari blog di tasse (qui, ad esempio). Oggi, piuttosto, ti svelo qualche retroscena sull’introduzione della Web Tax in Italia e su come procede la previsione di una tassa simile in Europa.

La Web Tax e i colossi del web: qualche numero

I giganti del web hanno fatturati davvero incredibili, numeri da far girare la testa. Parliamo di miliardi di euro in tutto il mondo, mentre in Italia siamo comunque su cifre altissime. Qualche numero riportato da Repubblica: i colossi della rete Facebook, Apple, Amazon, Airbnb, Twitter e Tripadvisor, che collettivamente fatturano diversi miliardi nel nostro Paese, nel 2017 hanno versato al fisco solamente 11,7 milioni di euro. L’erario incassa cifre simili per imprese di caratura ben diversa, come Piaggio e Fila (che produce articoli di cancelleria). Google Italy ha versato in tasse 42,7 milioni di euro nel 2017, che possono sembrare tanti, ma in realtà non sono altro che una delle rate di rientro del debito pregresso con il fisco: la quota di imposte relative al 2016 è una minima frazione di quel totale. Con la Web Tax, l’erario italiano andrebbe a incassare circa 114 milioni di euro all’anno. Non sistemeranno i problemi in Italia, ma una piccola mano sicuramente la daranno e, inoltre, si tratta anche di una questione di equità, come molti fiscalisti hanno evidenziato (in particolare, Carlo Garbarino in questo video).

La Web Tax e i colossi del web: è guerra aperta

Questi colossi del web non sono veri e propri evasori, ma attraverso cavilli legali e sedi fiscali in Paesi come Irlanda e Lussemburgo riescono a ridurre la loro pressione fiscale a livelli che si possono tranquillamente definire ridicoli. Per questo motivo, la Web Tax, che entrerà in vigore dal prossimo anno, prevede un’aliquota fissa del 3% (e non il 6% originalmente proposto) sugli introiti di attività svolte sul web – in presenza, tuttavia, di certe condizioni –, vale a dire sul fatturato annuo. Una sorta di “flat tax”, quindi, solo per servizi offerti online, come pubblicità, transazioni e così via, visto che è difficile sapere con esattezza quali siano i ricavi dei colossi della rete. Loro, i giganti del web, sono chiaramente sul piede di guerra a causa di questa introduzione: infatti, pagano già molte tasse negli USA, il paese di origine di quasi tutti loro. Hanno definito i paesi europei che vogliono introdurre la Web Tax – a proposito, l’Italia è la prima a realizzare una misura del genere! – come dei moderni “sceriffi di Nottingham”, quasi a dire che loro sono, invece, i Robin Hood del XXI secolo. Robin Hood molto ricchi e che danno ben poco ai poveri, a ben vedere: si è stimato che, per essere in regola con i tributi in tutta Europa, dovrebbero versare più di 70 miliardi di euro!

La Web Tax e i colossi del web: l’introduzione in Europa e la guerra dei dazi con gli USA sullo sfondo

A livello europeo, tuttavia, l’introduzione di una Web Tax è una questione decisamente più complicata. Paesi come l’Irlanda, il Lussemburgo e la Svezia (che guarda caso sono quei paesi che ospitano i colossi del web e hanno una tassazione agevolata) sono contrari all’introduzione di una tassa specifica per Google e amici, mentre altri (Austria e Italia in primis) sono assolutamente favorevoli.

Il problema si articola in due punti: innanzitutto, nell’era digitale anche i confini continentali sono sempre più sfumati ed indefiniti, per cui un’eventuale Web Tax dovrebbe necessariamente incastrarsi nel quadro più ampio degli accordi internazionali tra Paesi.
E da questo nodo si sviluppa il secondo punto: la guerra che si combatte a suon di dazi tra USA e UE in questi mesi coinvolge anche il tema della tassa del web, dal momento in cui i più grandi colossi della rete sono americani e gli USA, chiaramente, accusano l’UE di usare la minaccia della Web Tax come arma nella guerra commerciale. Questo è emerso chiaramente nei recenti incontri del G20 prima (tenutosi a marzo) e del G7 poi (svoltosi a giugno), in cui Trump ha espressamente accusato l’Europa di voler indebolire l’economia statunitense con la Web Tax, arrivando a definire Margrethe Vestager, commissario Antitrust dell’UE, “la vostra Tax Lady…lei davvero odia gli USA”. Parole che lasciano poco spazio all’interpretazione.

La Web Tax ed i colossi del web: lo scenario futuro

Lo scenario futuro, quindi, resta nebuloso. Se in Italia, per l’introduzione di una tassa sul web, dovremo aspettare il 1° gennaio dell’anno venturo, in Europa il gioco di forze in atto ritarderà senza dubbio la nascita di un provvedimento simile. Una Web Tax europea, infatti, incrinerebbe notevolmente i già non idilliaci rapporti con gli Usa. Al momento, comunque, un piccolo passo avanti è stato già mosso: una Web Tax provvisoria, per il solo 2018, è stata infatti prevista, con una tassazione simile a quella italiana, cioè del 3% sul fatturato per servizi online.

È pur sempre qualcosa, ma non un granché se si pensa che una persona comune paga molte più tasse in relazione al suo stipendio di quanto non facciano questi colossi del web, che, sicuramente, non devono tirar la cinghia a fine mese. Il problema, a questo punto, è evidente: i giganti della rete non pagano abbastanza tasse, mentre noi, contribuenti ordinari, ne paghiamo fin troppe, in particolare…quando non usufruiamo delle agevolazioni fiscali cui abbiamo diritto. Conoscerle tutte non è impresa facile, per questo ci sono strumenti come EasyTax Assistant, che ti consentono di abbassare virtuosamente – non come Google e Facebook! – la pressione fiscale e di conseguire un vero risparmio in tasse. Provala subito!

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